Annamaria Russo, sinfonia della materia

C'è un discorso ideologico scoperto, anzi una sfida, nell'opera artistica di Annamaria Russo: ogni volta che l'uomo agisce sulla materia informe, trasformandola, compie comunque qualcosa di mirabile, da rispettare e persino da amare. Anche quando la trasformazione figlia del consumismo e determina spreco dei beni che la natura ci ha messo a disposizione. Perché sempre l'uomo usa il suo ingegno, esercitando quella signoria sul creato a cui è stato chiamato.

Eccola allora Annamaria Russo che va a raccogliere quei materiali di scarto, da ultimo il suo plexiglass, ritagli industriali di cui sbarazzarsi, e vi immette il soffio del suo spirito. E nelle sue mani non sono più rifiuti destinati a rimpastarsi in altre lastre, e a perdere così quel connotato, quei colori, che erano serviti a costituirne una precaria identità, ma divengono autentiche opere d'arte, a dimostrazione che la materia può vivere se c'è chi sa coglierne la naturale perfezione.

La pietra di scarto è diventata testata d'angolo: quando ci si pone dinanzi ai risultati della ricerca artistica di Annamaria Russo tuttavia la provocazione e la sfida scompaiono quasi subito, per dare il via ad un vortice di emozioni. Nessuno, se non messo in guardia in precedenza, potrebbe immaginare nella sinfonia di forme e di colori che ogni sua creazione esprime, qualcosa che non sia primigenio. Seminai ognuno di noi viene sollecitato dall'ansia di capire, nelle sequenze delle une e degli altri, da quale angolo dell'affresco che è la Creazione l'artista abbia tratto lo spunto, a quale profondità dei nostri sentimenti abbia voluto riferirsi.

Dinanzi all'armonia delle sue "frecce" e dei suoi "tondi" - ce n'è almeno sempre uno, nelle opere della Russo, quasi a ricordare l'universo di cui tutti .siamo partecipi - nella contrapposizione crudele dei colori, così come nelle tenui scale cromatiche, non ci si deve interrogare, ma abbandonarsi, farsi pervadere. Come di fronte ad uno spettacolo della natura. E come se, improvvisamente, ci si accorgesse che quella plastica - pensata per usi ben più pratici, nella fabbrica e nell'ufficio abbia invece una sua vita interna e che solo l'artista ha saputo tirar fuori. Ricongiungendosi con altri materiali ed altre opere, create millenni fa. Come ad esempio quelli rinvenuti nei siti archeologici sui quali la Russo ha lavorato e studiato.

Se nella creazione c'è un'armonia e una perfezione che gli uomini nemmeno possono immaginare, e ben vero che gli artisti, di tanto in tanto, riescono a strapparne per noi qualche brandello. Nei millenni sono cambiate le forme espressive, ma l'opera di Annamaria Russo dimostra che la sostanza del rapporto tra l'uomo e l'arte è immutabile, proprio perché fa riferimento al sentire eterno dell'umanità. Così la sua rivisitazione delle opere della classicità, non ha nulla di convenzionale: si esprime con un approccio diretto, a volte rispettoso e sfumato nella dolcezza del colore, a volte invece violento e crudele - come la sua personalissima interpretazione dei reperti di Stabia o del Satiro Danzante - a dimostrazione di un ritrovarsi di antico e moderno che è necessità per tutti e che l'artista sente con particolare passione ed urgenza.

Silvano Spaccatrosi, 2003