Conosco Annamaria ormai da molti anni, nei primi neppure sospettavo che ella potesse dipingere. Per me, che allora lavoravo al Servizio didattico della Galleria Nazionale, era una tra le tante professoresse che convogliavano le loro classi, più o meno attente, più o meno riottose, nel le nostre sale. Lavoro durissimo il nostro ed il loro quando come nel suo caso si trattava di adolescenti tra i dodici ed i quindici anni; mentre infatti una classe delle scuole elementari può esse re avvicinata al museo in una dimensione studiatamente ludica ed estremamente piacevole, un pubblico di irrequieti adolescenti nutriti di videogame e spot televisivi, che debba confrontarsi con un maestro della metafisica o dell'astrazione attraverso il supporto di quelle pochissime ore che una materia come la storia dell'arte ha a disposizione nella scuola dell'obbligo, può molto facilmente trasformarsi in una sorta di calata dei barbari; i giovani e per altro incolpevoli barbari di Annamaria - tante piccole Ambre che di lì a qualche anno si sarebbero potute identificare nel loro topos televisivo, tanti piccoli ultrà tra breve maturi per le più calde tifoserie in trasferta - provenivano poi quasi sempre dalle più lontane periferie dell'impero ed aggiungevano al disagio della loro ingrata età quello di provenire dai più anonimi quartieri di questa città ormai ben lontana dall'essere a misura d'uomo. Ma lei non si lasciava scoraggiare: concordava gli argomenti, li anticipava e poi li approfondiva in classe, si batteva nei consigli di classe per ottenere il maggior numero di uscite possibili e spesso per semplificare le trafile amministrative, si portava in metropolitana venti trenta ragazzini "sotto la sua responsabilità", frase che tutti i dipendenti del le pubbliche amministrazioni paventano come una maledizione biblica. Le sue classi ovviamente la adoravano, noi un po' la temevamo, ma non potevamo fare a meno di ammirarla: sono persone come lei che preparano la nostra futura utenza, la ragion d'essere di un museo. Che con pari passione, con pari intensità e con pari energie Annamaria potesse oltre che insegnare, anche dipingere è qualcosa che per me continua ad avere dell'incredibile, a volte sospetto che, come i gatti, ella abbia nove vite ma che, a differenza di loro, le viva tutte contemporaneamente.
Ovviamente quando un siffatto concentrato di energia vuole "una pagina" è impossibile sottrarsi, a nulla sono servite le mie scaramantiche considerazioni sul fatto che mi occupo di artisti che hanno concluso ormai da tempo il loro percorso, che ne ricerco gli archivi, ne studio i documenti, ne indago la produzione in un contesto storico ormai sedimentato. Devo quindi arrischiare alcune considerazioni che - se Annamaria mi consente - formulerò nel linguaggio dello storico, visto che quello del critico mi è estraneo e che un poco ne diffido, avendolo spesso visto fluire in una scintillante sequela di coltissime ed audaci aggettivazioni che graziosamente tra loro si rincorrono.
Nel 1940 il rettore dell'Università di Padova, inaugurando le aule che aveva fatto decorare dai massimi artisti del momento, Martini, Campigli, Funi... difendeva le proprie scelte, considerate da molti dei padovani troppo audaci ed innovative, asserendo che solo la posterità avrebbe potuto giudicarle nel loro vero valore perché "di fronte all'arte contemporanea soffriamo tutti di presbiopia", le cose ci sono cioè troppo vicine perché noi le si possa vedere quali esse sono realmente, "la messa a fuoco" potrà avvenire solo dopo che il trascorrere di un congruo lasso di tempo abbia posto tra noi e loro la giusta distanza temporale.
Ed è ben presente a tutti noi che delle oscillazioni del gusto ci occupiamo lo sdegnato colpo di ventaglio con cui la scandalizzata Eugenia, consorte di Napoleone III, colpiva l'Olympia di Manet alla sua prima comparsa pubblica, nel 1867, consacrando con il proprio scandalo, per le future generazioni, tanto uno dei capolavori della pittura dell'Impressionismo, quanto la propria incapacità - la propria presbiopia appunto - a riconoscerlo. Che la critica ufficiale del momento stravedesse per un pittore come Messonier, di cui ora a stento ricordiamo il nome e che a difendere gli impressionisti fossero pochi scapestrati di genio come Zola, giustifica di certo la povera Eugenia e di riflesso è un monito preciso per tanta critica affabulante. Poche quindi e precise parole sento di poter spendere sull'operare della nostra amica che vadano oltre l'ammirazione per la sua incrollabile urgenza di fare fisicamente, con tutta se stessa, pittura, anche perché altri e con maggior diritto analizzano in queste stesse pagine la sua produzione: un mestiere esperto, una mano sicura formatasi negli anni dell'Accademia, sorreggono il suo procedere puntiglioso verso le cromie di un espressionismo astratto; una materia - la sabbia di fiume - cui la lega per sua stessa ammissione l'affettuosa memoria d'una infanzia tutelata dalla continua presenza d'una madre che la portava sempre con se, nei campi, sul greto del fiume, forma, questa rena di grane diverse, il corpo vivo della sua pittura, una pittura in cui la materia negli anni è andata prendendo il sopravvento, trasformando progressivamente la tela del supporto in una sorta di spumeggiante altorilievo sempre più solido, sempre più corposo; e ancora il gioco esperto delle scomposizioni, delle ricomposizioni cui Annamaria assoggetta le sue tele, componendo trittici, polittici, sequenze sulla parete, non vincolanti né vincolate se non dall'accordo della sua tavolozza violenta e delicata insieme.
Credo in Annamaria perché so che molto ha lavorato e molto lavorerà ancora.