Di Annamaria Russo è ben nota la vasta produzione di opere nelle quali ha tra sfuso un indimenticabile sentimento della natura che si viene a coagulare in quei grumi di sabbia e colore che ritmano la sua tela in un perenne divenire. Si tratta del continuum esistenziale, tipico elemento dell'astrattismo italiano degli anni Cinquanta che annovera tra i suoi maestri Capogrossi, Sanfilippo, Tancredi, l'Accardi (di puro segno), e i naturalisti Moreni, Morlotti, Mandelli (di pura materia). E se andiamo a guardare certe prime prove della Russo della fine degli anni Sessanta: Casagrande, 1968 e Natura morta e bambola, 1968, vediamo che la materia costituisce l'elemento primario nelle sue composizioni, quasi che l'artista non possa fare a meno di dare evidenza fisica a questi suoi impasti di colore, che risultano sempre accostati con gran gusto tonale (derivati in parte dall'esperienza storica della Scuola Romana), che lei perpetua con ostinato lavoro sino ai dipinti più recenti; in essi i coaguli si infittiscono maggiormente e rendono una brulicante atmosfera di colori che assorbono e riflettono la luce data dal silicio delle sabbie che brillano in maniera uniforme.
Così nascono le sue "Ruote" più recenti che potenziano il senso espansivo dell'immagine, annullando il significato orizzontale e la verticalità dell'icona tradizionale, di modo che l'esperienza del continuum dei suoi grumi-colori (v. Ruota blu, 1994) non ha una direzione precisa, né un solo punto di vista. Il naturalismo qui diventa fatto interiore, stato d'animo, impressione-espressione, anche quando l'artista medita sulle radici della stessa pittura moderna (v. Ruota "Omaggio a van Gogh", 1994). E tale è un atteggiamento psichico sia nei confronti della natura in sé, dei suoi colori vivi e forti che essa promana, sia quando Ella si trova al cospetto di opere lontanissime dal suo tempo, come quelle conservate nel Museo Barracco di Roma. Annamaria lo attraversa e scruta le antiche sculture nelle loro possibilità espressive e ce ne dà testimonianza diretta in una serie di disegni e incisioni di rapide e sentite emozioni. È singolare infatti che da brani di algido marmo o di scuri graniti di questi reperti archeologici trae appunto degli sketches di vivaci colori pastello, sul principio della impressione-espressione, per cui analizza con medesima prontezza la Sfinge di Hat Scep, l'Erma di Pericle, o la Stele sepolcrale attica. Il suo tratto è dinamico, il contorno delle figure è essenziale, e tuttavia ogni suo segno colorato nasce, anche per questa libera ricognizione museale, dalla sua concezione psichica e interiore dell'arte analogamente alla sua privilegiata ricerca astratta informale.