Ho dinanzi agli occhi un tondo di Annamaria Russo, compatto e quasi monocromo come una grande medaglia di bronzo dorato, e nella memoria taluni suoi paesaggi e nature morte, che si organizzano anch'essi a mo' di grandi formelle brune di terracotta.
La pittrice, infatti, sperimenta una sua tecnica per realizzare immagini che partecipano in certo senso dei modi propri alla scultura, come è accaduto in altre epoche pittoriche e quando la scultura ha voluto realisticamente vestirsi di colori. Soltanto che nei dipinti della Russo il colore non è, che molto di rado, in rapporto con il reale, divenendo sempre qualità stilistica di accordi cromatici, che hanno virtù di saper variare un tono in una estesa scala di tenuissime gradazioni. Da ciò deriva questa strana sensazione di avere davanti un rilievo piuttosto che una tela dipinta, seppure in maniera affatto particolare, a colpi energici di spatola e con arditi grumi di colore.
Gli spessori della materia cromatica creano certamente una qual solidità plastica nella rappresentazione e lo sapeva bene, ad esempio, Mancini quando aggrumava i suoi neri nella ricca gonna di velluto della Signora Pantaleoni della Galleria Nazionale di Roma; ma qui si tratta d'un processo che investe la totalità della composizione, poiché la pittrice sembra voler rappresentare più per forza di piani reali che per finzioni prospettiche, proprio come avviene quando si realizza un bassorilievo; e così certe sottolineature di neri assumono vera e propria consistenza di ombre naturali. Tale è l'impressione appunto, che si trae da un dipinto, come questo Ritratto di vecchia, che istintivamente ho definito modello per una medaglia.
Quando però ci si accosta, ci accorgiamo che l'opera vive per le sue qualità pittoriche, ben valide ma quasi nascoste entro il magistero di quelle tenuissime e quasi impercettibili vibrazioni di tono.
È ancora una di quelle esperienze tonali che la nostra tradizione pittorica ha coltivato e ha rilevato meravigliosamente negli irripetibili incunaboli della scuola veneziana e, in epoca più recente, nell'arte, aristocratica e dimessa a un tempo, d'un Morandi, modello ideale per tanta pittura del nostro tempo.
La Russo ha sentito il fascino di questo tipo di pittura e vi aggiunge la forza del suo naturale temperamento: il risultato è una visione del reale espressionisticamente irruenta, che ha fatto ricordare alla critica taluni nomi illustri di espressionisti nordici e nostrani, ed è invece a mio avviso, una maniera del tutto originale di far pittura seguendo il proprio istinto che, per una parte, obbedisce alle regole della scultura e, per un'altra, segue i modi della pittura adeguando, però, la varietà e intensità dei colori naturali alla legge equilibratrice del tonalismo, preziosamente monocromo.
Ovviamente, nel quadro d'una poetica siffatta, la realtà, che pur alimenta l'opera della Russo, subisce, nel momento in cui diviene pittura, trasformazioni e adattamenti, così che l'immagine del vero risulti, alla fine, poeticamente inventata e in armonia con l'astrazione cromatica, dominatrice assoluta di queste composizioni, cui spetterebbe a buon diritto la qualifica di rilievi pittorici.