La circostanza di questa mostra è interessante per riproporre un vecchio ma sempre valido discorso. Un artista che vive a temo della dimensione informale (come è, appunto, il caso di Annamaria Russo) si misura con il patrimonio visivo della classicità e ne fornisce una sua versione personale.
Ha senso? E ovvio che la risposta non possa non essere positiva, ma è altrettanto ovvio come il modo di affrontare il retaggio del passato sia proprio l'elemento distintivo che marca le differenze tra un artista e l'altro contribuendo a definire meglio la personalità di ciascuno.
Annamaria Russo è una pittrice fervida e coinvolta. Il suo rapporto con il materiale è sempre diretto e spontaneo, quindi l'esatto opposto di quello che è lecito ritenere possa e debba essere il rapporto di noi tutti con l'Antico, inevitabilmente difficile e mediato.
Per la Russo il problema è quello di rivivere in sé non tanto e non solo l'immagine della statua antica, quanto il senso di vita latente che l'opera d'arte contiene in sé quasi come una necessità. La nostra artista vede, così, l'antichità che è a portata di mano, ancorché irrimediabilmente perduta. E, quindi, il suo modo di fare è immediato e impulsivo.
Certo, per dare un'idea convincente di questo tipo di approccio, l'artista deve rinunciare alla forma prediletta su cui lavora ormai da tanto tempo, una forma che non intende riprodurre le sembianze del reale ma fabbricarne uno a sè, fatto di ruote cromatiche, di accostamenti di toni, di barlumi di colore e spazio.
Non si può dire, però, che questa sia un'esperienza contraddittoria. È, piuttosto, un'operazione che integra fatti diversi, in nome di una sintesi tipica, quella della memoria storica condotta con idee aliene da ogni pedanteria, dipendenti solo dall'emozione.
Per la nostra artista, quindi, un momento di ulteriore autenticità che ce la rende ancor più vicina nella sua sottile e intima sensibilità.